Nel settore alimentare, parlare di sostenibilità senza dati concreti è diventato sempre più difficile — e sempre meno credibile. Se ti stai chiedendo come funziona davvero il bilancio di sostenibilità delle aziende alimentari, cosa deve contenere e perché sta diventando uno strumento imprescindibile, sei nel posto giusto. Il caso di MartinoRossi spa, azienda di Malagnino (Cremona) specializzata in farine, ingredienti funzionali e prodotti plant-based e proteici da cereali e legumi senza glutine, è un esempio concreto e attuale: l’azienda ha pubblicato il suo Bilancio di Sostenibilità accompagnato dal primo Piano di Sostenibilità 2030, strutturato con obiettivi, target e KPI misurabili. Un percorso che vale la pena analizzare nel dettaglio.
Cos’è il bilancio di sostenibilità per le aziende alimentari (e perché non è solo un documento)
Il bilancio di sostenibilità delle aziende alimentari è un report strutturato con cui un’impresa rendiconta i propri impatti ambientali, sociali e di governance — i famosi criteri ESG — in modo trasparente e verificabile. Non è un comunicato stampa, non è una brochure di marketing: è uno strumento di accountability reale, che espone dati, obiettivi e risultati misurabili nel tempo.
Nel comparto food, questo documento assume un peso specifico ancora maggiore rispetto ad altri settori. Perché? Perché la filiera alimentare tocca direttamente la salute delle persone, la gestione del territorio agricolo, il consumo di acqua e le emissioni legate ai trasporti e alla produzione. Chi compra ingredienti, materie prime o prodotti finiti vuole sapere — sempre di più — cosa c’è dietro l’etichetta. E il bilancio di sostenibilità è la risposta più completa che un’azienda possa dare.
Chi lo legge davvero?
Fino a qualche anno fa, questi documenti erano destinati quasi esclusivamente agli investitori e ai fondi ESG. Oggi la platea si è allargata in modo significativo: lo leggono i buyer della grande distribuzione organizzata, i professionisti della nutrizione, le aziende che acquistano ingredienti per le proprie linee produttive, e sempre più spesso anche i consumatori finali più attenti. Se la tua azienda opera nel food e non ha ancora un bilancio di sostenibilità strutturato, stai perdendo terreno rispetto a chi ce l’ha.
Chi è MartinoRossi e perché il suo percorso interessa il settore
MartinoRossi non è un nome che si trova facilmente sugli scaffali della grande distribuzione con il proprio marchio, ma è un’azienda che lavora profondamente nella filiera alimentare. Il suo core business riguarda farine, preparati e ingredienti funzionali pensati per prodotti senza glutine, senza allergeni e senza OGM, coltivati in filiere controllate. Un posizionamento che risponde a una domanda crescente, sia da parte dei consumatori finali sia da parte dell’industria alimentare che cerca materie prime affidabili e tracciabili.
Proprio questa attenzione alla filiera rende il percorso di sostenibilità dell’azienda cremonese particolarmente significativo. Quando si parla di ingredienti che entrano in prodotti destinati a persone con intolleranze o scelte alimentari specifiche, la trasparenza non è un valore aggiunto: è una condizione di base. E il bilancio di sostenibilità diventa, in questo contesto, uno strumento di accountability reale, non un esercizio di comunicazione.
Lo standard Vsme e la doppia materialità : cosa cambia nel metodo
Un elemento tecnico che vale la pena sottolineare riguarda il metodo adottato per redigere il bilancio. MartinoRossi ha scelto di applicare il nuovo standard volontario Vsme (Voluntary Sustainability Reporting Standard), ispirato ai principi Esrs e all’approccio della doppia materialità .
Cosa significa concretamente? La doppia materialità obbliga l’azienda a guardare la sostenibilità da due angolazioni distinte: da un lato, come i fattori ambientali e sociali influenzano l’azienda stessa (rischi, opportunità , impatti finanziari); dall’altro, come l’azienda influenza l’ambiente e la società con le proprie attività . Non è un approccio banale. Molte realtà si limitano ancora a rendicontare solo la seconda direzione — gli impatti che generano — ignorando come i cambiamenti esterni le riguardino direttamente.
→ Leggi anche: Icam svela il bilancio di sostenibilità 2025: come il cacao crea valore lungo la filiera
Adottare il Vsme, che è uno standard pensato proprio per le piccole e medie imprese che vogliono avvicinarsi ai requisiti della rendicontazione non finanziaria senza la complessità dei framework obbligatori per le grandi aziende, è una scelta che parla chiaro: MartinoRossi si sta preparando a un contesto normativo e di mercato che richiederà sempre più trasparenza, e lo fa in anticipo rispetto a quando sarà obbligatorio farlo.
Il Piano 2030: quattro aree, obiettivi misurabili
Accanto al bilancio, l’azienda ha formalizzato il suo primo Piano di Sostenibilità 2030, con un orizzonte che copre il periodo 2026-2030. Non si tratta di una dichiarazione di intenti generica, ma di un documento strutturato con obiettivi, target e KPI su quattro aree specifiche:
- Cambiamento climatico: riduzione delle emissioni e gestione dell’impronta carbonica lungo la filiera
- Risorse idriche: monitoraggio e ottimizzazione dei consumi d’acqua nei processi produttivi
- Forza lavoro propria: condizioni di lavoro, formazione, sicurezza e benessere delle persone che lavorano in azienda
- Condotta aziendale: etica, governance, trasparenza nei rapporti con fornitori e partner commerciali
Definire KPI su queste quattro aree significa accettare di essere misurati nel tempo. È un impegno che molte aziende evitano proprio perché rende visibili eventuali mancanze. Il fatto che MartinoRossi abbia scelto questa strada — formalizzando il piano con un orizzonte pluriennale — è un segnale di maturità nella gestione della sostenibilità aziendale.
Cosa deve contenere un buon bilancio di sostenibilità nel settore food
Se stai valutando come strutturare il bilancio di sostenibilità della tua azienda alimentare, o semplicemente vuoi capire come leggere quello di un fornitore, ecco gli elementi che non possono mancare in un documento davvero utile:
1. Analisi di materialitÃ
Quali sono i temi davvero rilevanti per quella specifica azienda e per i suoi stakeholder? Un bilancio credibile parte sempre da un’analisi di materialità — possibilmente doppia — che identifica le priorità reali, non quelle che fanno bella figura.
2. Dati ambientali verificabili

Emissioni di COâ‚‚, consumi energetici, utilizzo dell’acqua, gestione dei rifiuti: ogni dato deve essere misurabile, confrontabile nel tempo e, idealmente, verificato da terzi. Nel settore alimentare, dove la filiera agricola pesa moltissimo sull’impronta ambientale complessiva, è fondamentale che questi dati coprano anche i fornitori principali.
3. Indicatori sociali e di governance
Condizioni di lavoro, parità di genere, formazione, sicurezza sul lavoro, politiche anti-corruzione: la componente sociale e di governance è spesso quella meno sviluppata nei bilanci delle PMI alimentari, ma è quella su cui la pressione normativa sta crescendo più rapidamente.
4. Obiettivi futuri con scadenze precise
Un bilancio di sostenibilità che si limita a fotografare il passato senza indicare dove si vuole arrivare è incompleto. I target devono essere specifici, temporizzati e — idealmente — allineati a framework riconosciuti come gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’ONU.
→ Leggi anche: Fragole che durano il doppio: il trucco della startup sarda con la liquirizia
Perché il bilancio di sostenibilità delle aziende alimentari conta anche per i consumatori
C’è una domanda legittima che chiunque può porsi: questi documenti cambiano davvero qualcosa, o restano esercizi tecnici destinati agli addetti ai lavori? La risposta dipende da come vengono costruiti e, soprattutto, da come vengono aggiornati nel tempo.
Nel caso delle aziende che operano con prodotti senza glutine, senza allergeni e con filiere controllate come MartinoRossi, il bilancio di sostenibilità non è separabile dalla proposta di valore del prodotto. Chi acquista farine o ingredienti funzionali certificati si aspetta che l’intera catena — dalla coltivazione alla produzione — rispetti standard precisi. Un bilancio che rendiconta in modo rigoroso quegli standard è, di fatto, una garanzia aggiuntiva.
Il bilancio di sostenibilità delle aziende alimentari sta diventando uno degli strumenti più rilevanti per valutare l’affidabilità di un fornitore o di un marchio. Non è più un documento che interessa solo gli investitori o i fondi ESG: lo leggono i buyer della grande distribuzione, i professionisti della nutrizione, le aziende che acquistano ingredienti. E sempre più spesso, anche i consumatori finali più attenti.
Il percorso di MartinoRossi, con la scelta di uno standard come il Vsme e la definizione di un piano pluriennale con KPI pubblici, rappresenta un esempio concreto di come una PMI del settore alimentare può affrontare la transizione verso una rendicontazione più strutturata — senza aspettare che diventi obbligatoria. Per il settore delle farine e degli ingredienti senza glutine, dove la fiducia è tutto, è probabilmente la scelta più coerente che si potesse fare.
FAQ: bilancio di sostenibilità aziende alimentari
Le aziende alimentari sono obbligate a fare il bilancio di sostenibilità ?
Dipende dalle dimensioni. Le grandi imprese e quelle quotate sono già soggette agli obblighi di rendicontazione non finanziaria previsti dalla normativa europea (CSRD). Le PMI, per ora, non hanno un obbligo diretto — ma la pressione della filiera (grandi clienti, banche, investitori) le spinge sempre più spesso ad adottare standard volontari come il Vsme.
Qual è la differenza tra bilancio di sostenibilità e report ESG?
Nella pratica, i due termini vengono spesso usati come sinonimi. Tecnicamente, il report ESG tende a essere più orientato agli investitori e ai criteri finanziari, mentre il bilancio di sostenibilità ha una vocazione più ampia, rivolta a tutti gli stakeholder. Entrambi, se ben costruiti, devono contenere dati verificabili e obiettivi misurabili.
Quanto tempo ci vuole per redigere un bilancio di sostenibilità ?
Per una PMI che parte da zero, il processo richiede in genere dai sei ai dodici mesi: raccolta dati, analisi di materialità , definizione degli obiettivi, redazione e revisione. Il primo anno è sempre il più impegnativo; negli anni successivi, con i processi rodati, i tempi si riducono significativamente.
Il bilancio di sostenibilità aiuta davvero a vendere di più?
Non direttamente e non nell’immediato. Ma nel medio periodo, per le aziende alimentari che lavorano con la GDO, con buyer internazionali o con clienti B2B attenti ai criteri ESG, avere un bilancio strutturato e credibile è diventato un requisito di accesso al mercato, non un optional. Chi non ce l’ha rischia di essere escluso dalle gare d’appalto e dalle partnership più interessanti.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








