Ambiente

Pesticidi nel piatto: cosa rivela il test svizzero su uva e tè nero

Pesticidi nel piatto: tè nero e uva italiana sotto accusa nei test svizzeri

Se compri uva da tavola al supermercato o tieni in dispensa una confezione di tè nero, i risultati di due recenti analisi svizzere meritano attenzione. I test condotti da due riviste elvetiche di consumatori su prodotti venduti nei supermercati svizzeri hanno rilevato residui di pesticidi nell’uva e nel tè nero in percentuali che lasciano poco spazio all’ottimismo — e che riguardano anche chi sceglie il biologico, convinto di essere al riparo da queste contaminazioni.

Cosa ha trovato il test svizzero sull’uva da tavola

La rivista svizzera Saldo ha analizzato 20 campioni di uva da tavola acquistati nei supermercati svizzeri nell’ottobre 2026. Il quadro che emerge è piuttosto chiaro: 15 campioni su 20 contenevano almeno un residuo di pesticida. Non uno, ma in alcuni casi una vera e propria miscela.

Il dato più preoccupante riguarda un singolo grappolo in cui sono stati identificati 8 pesticidi diversi. Non si tratta di tracce di un’unica sostanza, ma di una combinazione di molecole diverse, i cui effetti combinati sull’organismo sono ancora oggetto di studio scientifico. A complicare ulteriormente il quadro, 12 campioni su 20 contenevano sostanze fluorurate, una famiglia chimica che desta crescente preoccupazione per la sua persistenza nell’ambiente e nel corpo umano.

Quello che sorprende di più, però, è un’altra scoperta: due campioni di uva biologica italiana erano tra i prodotti contaminati. Il marchio bio non equivale automaticamente a zero residui — una distinzione importante da fare, anche perché molti consumatori scelgono i prodotti biologici proprio per questo motivo.

→ Leggi anche: Uva da tavola contaminata da pesticidi: lo studio svizzero che smonta il mito del biologico

Pesticidi nell’uva e nel tè nero: il secondo test sui prodotti in foglia

Parallelamente, la rivista svizzera Gesundheitstipp ha condotto un’analisi su 14 tè neri in commercio sul mercato svizzero. I risultati sono, se possibile, ancora più netti: 13 prodotti su 14 contenevano alcaloidi pirrolizidinici, sostanze naturali prodotte da alcune piante infestanti che possono contaminare le foglie di tè durante la raccolta.

Gli alcaloidi pirrolizidinici — spesso abbreviati come PA — sono considerati potenzialmente tossici per il fegato e, in caso di esposizione prolungata, possono avere effetti cumulativi sull’organismo. Non si tratta di pesticidi in senso stretto, ma di contaminanti di origine vegetale che finiscono nel prodotto finale per via della lavorazione o della raccolta non selettiva.

Il giudizio complessivo del test è stato severo: 10 prodotti su 14 hanno ricevuto una valutazione insufficiente o scarsa. Solo un tè nero biologico ha ottenuto una valutazione molto buona, confermando — almeno in questo caso — che la filiera bio può fare la differenza quando è gestita con rigore.

Perché il biologico non è sempre sinonimo di sicurezza

I due test mettono in evidenza una contraddizione che vale la pena capire bene. Nel caso dell’uva, il biologico non ha garantito l’assenza di residui. Nel caso del tè, invece, l’unico prodotto promosso era proprio un biologico.

Come si spiega questa differenza? Le ragioni possono essere diverse. Nell’agricoltura biologica è vietato l’uso di pesticidi di sintesi, ma i campi biologici possono essere esposti a deriva chimica dai terreni vicini trattati convenzionalmente. Oppure, nel caso dei prodotti trasformati come il tè, la contaminazione può avvenire durante la raccolta, indipendentemente dal metodo di coltivazione, se le erbe infestanti che producono alcaloidi pirrolizidinici vengono raccolte insieme alle foglie di tè.

→ Leggi anche: Pesticidi nell'uva da tavola italiana: fino a 8 sostanze per grappolo, anche nel biologico

Questo non significa che il biologico sia inutile — i dati mostrano che può fare la differenza, specialmente per il tè. Significa piuttosto che la certificazione da sola non basta: conta anche la qualità dei controlli lungo tutta la filiera produttiva.

Cosa fare concretamente come consumatore

I test svizzeri non riguardano prodotti in vendita esclusivamente in Svizzera: l’uva testata proveniva in parte dall’Italia, e molti dei tè analizzati sono marchi distribuiti in tutta Europa. Il problema dei pesticidi nell’uva e nel tè nero è quindi rilevante anche per chi fa la spesa nei supermercati italiani.

Alcune indicazioni pratiche che emergono da questi risultati:

  • Lavare sempre l’uva abbondantemente sotto acqua corrente prima di consumarla, anche se biologica — non elimina tutti i residui, ma riduce la presenza di quelli superficiali.
  • Variare i tipi di tè consumati, alternando tè nero, verde e tisane, per non concentrare l’esposizione su un solo tipo di prodotto.
  • Preferire tè biologici certificati con controlli documentati sugli alcaloidi pirrolizidinici, tenendo presente che non tutti i bio sono equivalenti.
  • Fare attenzione al consumo quotidiano e prolungato degli stessi prodotti: l’esposizione cronica a residui bassi è il profilo di rischio più rilevante per la salute.

Per chi vuole approfondire i limiti normativi europei sugli alcaloidi pirrolizidinici negli alimenti, il riferimento ufficiale è il sito dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA), che ha pubblicato valutazioni specifiche su queste sostanze.

I dati di Saldo e Gesundheitstipp non devono trasformarsi in allarme generalizzato, ma nemmeno essere ignorati. La presenza di 8 pesticidi diversi in un singolo grappolo d’uva e di alcaloidi potenzialmente tossici in quasi tutti i tè neri analizzati è un segnale che vale la pena tenere a mente la prossima volta che si fa la spesa — biologico o non biologico.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

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