Energie

200 miliardi di euro per l’energia: cosa serve all’Italia per la transizione entro il 2035

200 miliardi di euro per l'energia: cosa serve all'Italia per la transizione entro il 2035

Duecento miliardi di euro. È la cifra che emerge dallo studio L’elettricità per un’Italia più sicura e competitiva, realizzato da TEHA Group in collaborazione con Elettricità Futura e presentato il 5 settembre 2026 a Cernobbio. Un numero che, a prima vista, può sembrare astratto, ma che riguarda da vicino chiunque paghi una bolletta elettrica, possieda un’auto, riscaldi casa o stia valutando l’installazione di un impianto fotovoltaico. Capire dove andrebbero questi investimenti energia Italia 2035, e cosa comportano per le famiglie, è tutt’altro che un esercizio accademico.

Un piano da 200 miliardi: di cosa si tratta esattamente

Lo studio non parla di fondi già stanziati o di promesse politiche. Quantifica gli investimenti aggiuntivi necessari nel settore elettrico italiano nell’arco del decennio 2025-2035 per sostenere la transizione energetica in modo strutturale. La parola chiave è “aggiuntivi”: si tratta di risorse che vanno al di là di quanto già previsto dagli operatori del settore, e che richiedono un cambio di passo significativo rispetto all’andamento attuale.

La filiera considerata dallo studio è ampia — quella che viene definita filiera elettrica “allargata” — e comprende generazione, accumuli, trasmissione, distribuzione, vendita, mobilità elettrica, pompe di calore, componentistica, reti e servizi. Non si parla quindi solo di pannelli solari o turbine eoliche, ma di tutto l’ecosistema che permette all’elettricità di essere prodotta, trasportata, stoccata e consumata in modo efficiente.

Perché le reti contano quanto le rinnovabili

Uno degli aspetti che spesso sfugge al dibattito pubblico è che produrre energia pulita non basta se la rete non è in grado di gestirla. Le infrastrutture di trasmissione e distribuzione italiane sono in larga parte progettate per un sistema centralizzato — grandi centrali che alimentano le città — e non per un modello in cui milioni di piccoli produttori (tetti fotovoltaici, impianti condominiali, comunità energetiche) immettono energia in modo distribuito e variabile.

Questo significa che una quota rilevante degli investimenti previsti dal piano dovrà andare proprio alle reti: ammodernamento delle linee, sistemi di gestione intelligente dei flussi, infrastrutture per la ricarica dei veicoli elettrici, e tecnologie di accumulo che permettano di bilanciare domanda e offerta quando il sole non splende o il vento non soffia. Senza reti adeguate, anche i migliori impianti rinnovabili rischiano di essere inefficienti o, peggio, di non poter essere collegati alla rete in tempi ragionevoli.

👉 Leggi anche: In Trentino la comunità energetica più grande d'Italia: 84 nuclei familiari riducono la bolletta

Il nodo della bolletta: cosa promette lo studio

Uno degli obiettivi dichiarati del piano è alleggerire stabilmente la bolletta degli italiani di 20 miliardi di euro l’anno. È un dato che merita attenzione, perché mette in relazione due grandezze che spesso vengono presentate come opposte: investire di più oggi per spendere meno domani.

La logica è abbastanza lineare. L’Italia paga l’energia tra i prezzi più alti d’Europa, in parte perché dipende ancora in misura significativa dal gas importato per la generazione elettrica. Più si aumenta la quota di energia prodotta da fonti rinnovabili — che hanno costi di combustibile pari a zero — più si riduce la dipendenza dai mercati internazionali del gas, con tutto ciò che questo comporta in termini di volatilità dei prezzi. Gli shock energetici degli ultimi anni hanno reso questa dipendenza molto concreta per le famiglie e le imprese.

Va detto, però, che il percorso tra l’investimento e il risparmio in bolletta non è automatico né immediato. Dipende da come vengono regolati i mercati, da come si evolve la domanda, da quanto rapidamente le infrastrutture vengono effettivamente realizzate. Il dato dei 20 miliardi annui è un obiettivo del piano, non una garanzia.

200 miliardi di euro per l'energia: cosa serve all'Italia per la transizione entro il 2035 (2)
Immagine generata con AI

Mobilità elettrica e pompe di calore: la transizione entra nelle case

Includere mobilità elettrica e pompe di calore nella filiera elettrica allargata non è una scelta casuale. Sono due dei vettori principali attraverso cui la transizione energetica entra direttamente nelle abitazioni e nelle abitudini quotidiane delle persone.

Le pompe di calore, in particolare, stanno diventando sempre più centrali nella discussione sul riscaldamento domestico: consumano elettricità ma producono calore in modo molto più efficiente rispetto a una caldaia a gas tradizionale, e la loro diffusione è strettamente legata alla disponibilità di energia elettrica abbondante, stabile e a prezzi ragionevoli. Se gli investimenti previsti dal piano si traducono in un’elettricità più economica e affidabile, l’adozione di queste tecnologie diventa più conveniente anche per le famiglie con redditi medi.

👉 Leggi anche: Riciclo imballaggi, l'Italia supera il 77% nel 2025 grazie al sistema Conai

Lo stesso ragionamento vale per la ricarica dei veicoli elettrici: senza infrastrutture adeguate — colonnine nei condomini, nei parcheggi pubblici, nelle aree commerciali — la transizione alla mobilità elettrica rimane una prospettiva per pochi.

Gli investimenti energia Italia 2035: chi li farà e come

Una domanda legittima è: chi mette questi 200 miliardi? Lo studio non li presenta come un impegno di spesa pubblica, ma come il risultato di un ecosistema in cui intervengono operatori privati del settore energetico, imprese della componentistica, investitori istituzionali, e — in parte — risorse pubbliche attraverso incentivi e regolazione.

Il ruolo dello Stato, in questo scenario, è soprattutto quello di creare le condizioni perché gli investimenti privati possano avvenire: semplificazione delle autorizzazioni (uno dei colli di bottiglia più noti nel settore delle rinnovabili italiane), certezza regolatoria, incentivi mirati e stabili nel tempo. Senza un quadro normativo chiaro e prevedibile, i capitali privati faticano ad arrivare, anche quando la redditività degli investimenti sarebbe teoricamente attraente.

Per chi vuole approfondire i dettagli dello studio e le posizioni di Elettricità Futura, il comunicato ufficiale è disponibile sul sito di Elettricità Futura.

Duecento miliardi in dieci anni sono una cifra imponente, ma rapportata alla dimensione dell’economia italiana e all’urgenza della transizione, rappresenta soprattutto una misura della complessità del cambiamento che ci aspetta. Per le famiglie, il messaggio concreto è che le scelte sui consumi domestici — dal riscaldamento all’auto, dall’impianto fotovoltaico alla tariffa elettrica — si inseriscono in un contesto che sta cambiando rapidamente, e che conoscerne la direzione aiuta a orientarsi meglio, anche nelle decisioni di tutti i giorni.

Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.

Change privacy settings
×